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Le tre misure della preghiera

(da Lanza del Vasto : “Commentaire de la prière commune de l’Arche “, in Les Quatre Piliers de la Paix, Rocher, Monaco, 1999, pp29-85, pp65-69) Trad. Laura Lanza)
Non preghiamo mai soli, anche quando ci siamo ritirati nella nostra camera; preghiamo sempre almeno con quelli che pregano come noi, ed è per questo che è così utile  avere una preghiera commune;  ed è buona cosa avere un bagaglio di preghiere apprese a memoria e che si recitano ad alta voce.  Non voglio dire che le preghiere spontanee che nascono dentro di noi in alcuni momenti della nostra vita, o che costruiamo noi, non abbiano valore; però non sono sufficienti.
Mi direte :”A che serve ripetere parole imparate a memoria e a volte neanche comprese ?  E anche se le abbiamo comprese, non le ascoltiamo più nel dirle perchè l’abitudine nel recitarle è tale che non ci soffermiamo più sul loro significato.  Cerchiamo di essere almeno intelligenti come I Tibetani che hanno fatto dei piccoli mulini, anche molto carini;  il vento li fa girare.  Vi hanno attaccato delle banderuole dove sono scritte le preghiere.  Così, gli dei possono godere delle preghiere mentre noi ci dedichiamo alle nostre faccende.
Non pensiamo che le nostre usanze siano molto diverse da quelle dei Tibetani.  A volte, ascoltando la recita del Rosario, si percepisce lo stesso fruscio del mulino che gira nel vento.  Non dobbiamo sorriderne :  sono pratiche universali e che hanno la loro ragion d’essere.  Gli Indù, che classificano tutto e non lasciano nulla nel vago, riconoscono tre gradi di preghiera : il primo grado è la recita pura e semplice senza capire nulla.   Per quanto ci riguarda, il latino, per esempio, è perfetto .  Presso di loro è il sanscrito,  che ovviamente non comprendono, così come I nostri devoti il latino.   Tutti I popoli pii possiedono una lingua sacra che non si comprende.  Noi usiamo il latino, mentre i latini,  usavano l’etrusco.  Preferivano l’etrusco perchè non lo comprendevano.
Ma Dio,  invece, capisce, così come legge le scritte che girano nel vento.  Quando reciti, tu reciti in totale fiducia.
Questa prima misura (gli Indù le chiamano misure) è dunque la recitazione, ma abbondante.  La loro preghiera è Râm ! Râm ! Râm ! Râm !  E’ il nome di Dio.  Una sola parola, facile ! : la puoi ripetere molte volte ! C’è qualche devoto che si vanta di dire un milione o più di Ram in un giorno; e tu li vedi masticare e  muovere il naso continuamente come conigli.  Cosa mastica quel tale ?... Ecco,… mastica Dio.
Questa preghiera è considerata valida e piacevole.  Infatti  mentre mastichi il nome di Râm, non parli male del tuo prossimo  (anche se magari ne pensi male…)  Meglio quindi dire Râm, così non ti accade di dire qualche sciocchezza.   Ed è almeno un eserczio respiratorio che ti avvolge in una nebbia di suoni che si frappone fra te e il mondo esterno.  Gli affari, le chiacchiere, tutto svanisce e si scioglie in questa penombra di raccoglimento.  Vuoto mentale, favorevole alla meditazione.
L’esercizio del Rosario, che ha un grande valore mistico, consiste nel dire dieci Ave Maria, e nello stesso tempo,  pensare ad un mistero gioioso, doloroso o glorioso.  E’ chiaro che non potresti concentrare la tua mente sul mistero se tu fissassi l’attenzione su ogni parola che pronunci.
C’è un secondo modo di usare questa pratica.  Una volta che mi trovavo  in cammino verso Chartres, incontrai un gruppo di giovani domenicani che mi invitarono a percorrere la strada assieme a loro.  Erano dei novizi, che, passo dopo passo, recitavano il Rosario.  Chiesi loro : “ Molto bene, amici, ma per quale ragione diciamo questa cosa dieci volte di seguito ?”, non seppero rispondermi.  Allora proposi loro:   “ E se ogni volta provassimo ad approfondire meglio ?  Se la ripetizione vi permettesse di scendere maggiormente in voi ? Volete che proviamo ?”  Prima camminiamo, e poi respiriamo, e poi scendiamo in profondità.  La prima volta, un poco, ma non molto.  La seconda un pò di più,  La terza, ecco che entriamo !  La quarta si scende, e poi si arriva nel profondo;   ed ecco, ci siamo !   Subito il tono cambia; si comincia a vedere tutta la bellezza della ripetizione ritmica.
Altro vantaggio della preghiera appresa a memoria:  è che è perfettamente bella.  E’ stata scelta nella  Scrittura da uomini di Dio;  è la Parola stessa di Do che ritorna a Lui, come il canto gragoriano, voci sentite nel cielo e ricordate da santi tornati dall’estasi.
D’altra parte, nella preghiera appresa e trasmessa da una generazione all’altra, non è solo la nostra voce, ma quella di tutti I nostri avi che si perpetua.  Ed è per questo che è rischioso cambiare anche una sola parola, un solo gesto rituale.  Non dovete metterci mano ! non sapete ciò che fate !   Le formule liturgiche vengono trasportate nell’ architettura, nella pittura, nella scultura,  nelle usanze, così come vengono assorbite dall’anima.   E qui emerge un’altro aspetto della recita di quanto abbiamo appreso :  è che la preghiera appresa non è una nostra “es-pressione”.  Il lavoro che essa compie è all’indietro : è una “im-pressione”, una formula che è impressa in noi.   I fondatori della nostra religione hanno usato queste formule per lavorare sulle nostre anime.  Quei suoni, quelle parole, quei concetti, quelle immagini non sono una nostra espressione ma sono impressi in noi.  E la preghiera è anche ( non solo, ma anche ) un lavoro che modella, costruisce, trasforma.   La preghiera spontanea non riesce ad operare in noi questa cosa.  E’ come lo zampillo della fontana che sale, si slancia, e ricade.   Ma l’albero cresce e arriva a grandi altezze solo ad una lunga pazienza.  
Bisogna far crescere l’albero dello Spirito, bisogna che le radici siano profonde, che il tronco sia diritto e solido, che I rami siano ad esso ben attaccati, fino nelle parti più fragili;  e ciò  non impedisce la delicatezza, al contrario :  I fiori, il pistillo dei fiori, le nervature dell’ultima foglia, quella piccolina che trema, e si abbandona al vento, ma che è sempre tenuta da un gambo più solido di lei !
Riassumiamo :  il primo grado è dunque quello della recita semplice; che se si capisce, meglio; ma se non la si capisce, non importa.  Ciò che è importante è mettere tutt’attorno una risonanza costante come quella delle cicale in estate.
Il secondo grado è il voler esprimere con forza ciò che si vuol dire.
Il terzo grado, è dire comprendendo bene quel che si dice.  E’ la conoscenza del cuore.
Ascoltate questo passaggio del “ Giuda “ (1) che anch’esso parla di tre misure, ma secondo un criterio ben diverso :
    E’ Marta che parla, la laboriosa, la massaia, che dice : “ Alcuni pregano in silenzio, immobili sul monte del pensiero.  Altri, meno acuti, pregano parlando a mezza voce;   altri, più piccoli, con gesti e grande clamore.  I più piccoli di tutti devono pregare con le loro mani, le loro braccia e tutte le loro forze, lavorando.  E io, sono fra questi ultimi Signore.  Passo le mie giornate a correre tra la cucina e la cantina, e conosco appena il viso di colui che servo “.   E aggiunge : “ Quella che serve non ha Invidia della sposa perchè mette la sua gioia nel servire.  La gioia di essere l’ultima non è minore di quella di essere la prima.  Io non conosco gioia più grande della mia.  Una gioia più grande è un’altro tipo di gioia;  che sia quindi la gioia di un altro !  Ama la gioia della tua sposa, e che la gioia della tua serva possa servirti “.
Diceva anche: “ Ciò che fa la tua mano, donalo ! Il fare ti appartiene e donare è una gioia in più”.
Diceva poi : “Se fai qualcosa per amore del frutto, sappi che ogni frutto marcisce.  Se tu agisci per compiacere gli altri, sappi che ogni fiore appassisce ! Ma se il tuo fare è per amore del Bene, il tuo atto rimarrà nel Bene, staccato da te, e in punto di morte vedrai, lungo le ore dei tuoi giorni, la ghirlanda sospesa dei tuoi atti; e, vista da questo punto,  la vita ti sembrerà una festa “    

(1) Judas di LanzadelVasto, Ed. Denoel, 1968  




Le radici trinitarie della nonviolenza attiva
nel pensiero di Lanza del Vasto


Frédéric Vermorel
Prolusione all’Inaugurazione anno accademico 2014-15
della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia meridionale

Ringrazio i padri Vescovi presenti, le autorità accademiche che mi hanno invitato, e tutti voi per la vostra presenza. Ringrazio in particolar modo don Giovanni Mazzillo, il quale ha proposto che tenessi la presente prolusione all’anno accademico. Alcuni mesi or sono avevo chiesto a don Giovanni qualcosa di molto più modesto, ossia di poter presentare il libro di Lanza del Vasto, “La trinità spirituale”, da me tradotto.

Introduzione
Immagino che molti di voi odono per la prima volta questo nome, e molti altri sanno tutt’al più che Lanza del Vasto fu discepolo cristiano di Gandhi. Perciò inizierò col descrivere le circostanze della pubblicazione dell’originale francese de “La trinità spirituale”. In un secondo momento, proverò a tratteggiare per sommi capi la biografia dell’autore. In un terzo momento cercherò di presentarvi le coordinate del pensiero trinitario di Lanza del Vasto. In fine ci addentreremo nel tema che mi è stato assegnato ossia “le radici trinitarie della nonviolenza attiva nel pensiero di Lanza del Vasto”.

Un uomo nella storia del XX sec.
1971, l’anno de “La trinità spirituale”
L’originale francese de “La trinità spirituale” fu pubblicato nel lontano mese di maggio del 1971. Questo libro di filosofia passò allora quasi inosservato, non a motivo della piccola mole (160 pagine nell’edizione italiana), ma perché l’autore era sbrigativamente collocato tra i poeti, oppure tra gli attivisti nonviolenti, oppure ancora tra gli autori “spirituali”. A dir il vero la sua agenda non smentiva tali nomee, specie la seconda. Nei mesi di febbraio e marzo di quell’anno Lanza del Vasto aveva partecipato all’organizzazione e all’attuazione della marcia degli obiettori di coscienza spagnoli, da Ginevra alla frontiera spagnola dove tutti gli spagnoli furono arrestati e i loro sostenitori di altre nazionalità respinti. Non dimentichiamo che il caudillo Francisco Franco governava ancora la Spagna con un polso di ferro! A maggio, ecco Lanza del Vasto a Londra per la presentazione della traduzione inglese del suo “Pellegrinaggio alle Sorgenti”, il libro che narra il suo viaggio in India, l’incontro con Gandhi e i mesi trascorsi alla scuola del Mahatma. A giugno, pubblicazione di un libro di meditazioni su fede, speranza e carità. I mesi estivi sono dedicati all’animazione di campi di lavoro e studio delle tecniche della nonviolenza che si svolgono presso la sua comunità. Ed è proprio su questo tema e con questo titolo – “Tecniche della nonviolenza” – che, nel mese di ottobre viene pubblicato un libro che alterna resoconti di campagne nonviolente e riflessioni teoriche. Lanza del Vasto non è presente a quel momento, giacché dal 12 settembre lui e la moglie sono in Argentina per un ciclo di conferenze e di concerti – entrambi sono pure musicisti – e soprattutto per incontrare attivisti dei diritti umani, tra cui il futuro premio Nobel della pace, Adolfo Perez Esquivel. Il 29 settembre, Lanza del Vasto compie i suoi 70 anni. Pochi giorni dopo, dall’Argentina lui e la moglie volano prima verso gli Stati Uniti e poi il Canada. Nel frattempo, all’altro capo del mondo, era scoppiata la guerra civile tra Pakistan Orientale e Pakistan Occidentale, guerra che si concluderà con l’indipendenza del primo, che assumerà il nome di Bangladesh. Ci sono dieci milioni di profughi. Due settimane prima di Natale, mentre si trova a Montreal, Lanza del Vasto lancia un appello radiofonico alla solidarietà e intraprende, nella cattedrale, un digiuno di dieci giorni che si conclude il 22 dicembre. Dieci giorni durante i quali molti giovani vengono per pregare e digiunare con lui. Dieci giorni in cui si forma un vasto movimento di solidarietà che coinvolge fino al governo federale, il quale decide di stanziare aiuti per i profughi. Il 24 Lanza del Vasto e la moglie Chanterelle sono di ritorno per festeggiare il Natale nella loro comunità de La Borie-Noble.

Il resto dell'articolo lo trovate sul terzo numero del 2014